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8 marzo 2018 - Festa della Donna

In occasione di questa celebrazione, assieme all'augurio di non sentir più parlare di disparità e violenze di genere, femminicidio, e quant'altro, vogliamo fare un omaggio al genere femminile presentando un interessantissimo libro da leggere e una breve biografia dell'autrice.

Dal sito di ARACNE EDITRICE

ALLE MIE AMATE SORELLE

di Nakajima Shōen -prefazione di Giuliana Carli - traduzione di Chiara Candeloro - Aracne editrice

In un periodo pieno di fermento culturale per il Giappone in cui il Paese inizia la rincorsa ai paesi progrediti dell'Occidente, una coraggiosa scrittrice denuncia il disagio delle donne giapponesi, costrette a una condizione di palese disuguaglianza rispetto al genere maschile. Nakajima Shoen si rivolge a tutte le sue compatriote, e contemporaneamente anche agli uomini, dei quali confuta le tesi secondo cui le donne non hanno diritto alla parità, articolando un discorso di grande qualità oratoria sia per l'acume e la capacità dialettica dimostrati, sia per i colti riferimenti letterari; il confronto frequente tra la condizione femminile giapponese e quella occidentale permette di muovere critiche sensate a entrambe le civiltà. Si tratta dunque di una fonte storica di importanza cruciale nella storia giapponese, di sicuro interesse sia per gli studiosi sia per i semplici appassionati del Sol Levante, ma al tempo stesso è anche la testimonianza di una delle tappe fondamentali dell'avvenuta consapevolezza da parte della donna di poter rivendicare la parità dei diritti tra i sessi proprio in uno dei Paesi di più forte tradizione misogina.

Alle mie amate sorelle di Nakajima Shōen: pensieri femministi nel Giappone dell’800

Le geisha che asseconda i desideri maschili. La donna che procede dietro all’uomo, ricalcando i suoi passi. La fanciulla che, silenziosa, sottostà all’autorità del padre, dei fratelli, del marito. Queste alcune delle immagini – e dei luoghi comuni – che affiorano alla mente pensando al Giappone di non molti decenni fa.

A rivoluzionare le nostre idee interviene “Alle mie amate sorelle” di Nakajima Shōen (1863-1901), interessante raccolta di interventi presentati per la prima volta in italiano da Chiara Candeloro (con prefazione di Giuliana Carli; Aracne, 2012, pp. 136), accompagnati da note e approfondimenti utili al lettore.

Pubblicata nel giornale del Partito Liberale Jiyū no tomoshibi (Il Faro delle libertà) nel 1884, nel cuore dell’epoca Meiji, periodo storico tutto teso a trasformare il Giappone in una nazione moderna, industriale e occidentalizzata, l’opera si configura come un insieme di riflessioni articolato (ma di scorrevole lettura) riguardante le condizioni di vita e di sviluppo delle donne nipponiche, tradizionalmente svantaggiate rispetto agli uomini (sotto il punto di vista familiare, economico, sociale, intellettuale…), «disprezzate e trattate come se fossero serve» (p. 31).

Ispirato alle considerazioni condotte da studiosi e pensatori stranieri (quali il filosofo Herbert Spencer e la suffraggetta Millicent Garrett Fawcett), il testo affonda le sue radici nel contesto e nella storia estremo-orientale, demolendo le argomentazioni utilizzate dai misogini per rivendicare invece eguali diritti e possibilità tra i due sessi in ogni campo.

Lo sguardo di Nakajima Shōen spazia così dalle scrittrici Murasaki Shikibu e Sei Shōnagon sino a personaggi quali la zarina Caterina e Maria Teresa d’Austria, per mostrare come le donne posseggano doti e capacità assolutamente pari a quelle virili, spesso purtroppo soffocate da pregiudizi e limitazioni di ogni sorta.

Acuta e caustica, l’autrice non risparmia giudizi taglienti sulla realtà contemporanea e sulle stesse debolezze delle donne, talvolta accusate di esser troppo remissive e preda di facili timori. Eppure, esse dispongono dell’arma più potente, l’unica forse davvero in grado di vincere ogni battaglia. E è a questa che l’autrice si appella quando, all’apice dello sdegno, invoca: «noi donne, tutte insieme, occupiamoci di scacciare questo demone (del potere maschile) utilizzando la forza dell’intelligenza».

Se è vero che gli uomini sono migliori delle donne perché sono più forti, perché i nostri lottatori di Sumo non sono al governo? - Kishida Toshiko

Kishida Toshiko (da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

Kishida Toshiko (岸田 俊子), nota anche con lo pseudonimo di Shōen (湘煙; Kyoto, 14 gennaio 1863 – 24 maggio 1901), è stata una scrittrice e oratrice giapponese. È considerata come una delle prime femministe del periodo Meiji.
Sostenne la lotta a favore dell’uguaglianza e dei diritti delle donne, e riuscì per prima ad assumere cariche elevate, fino a quel momento riservate agli uomini.

Kishida Toshiko nacque a Kyoto nel 1863 da una famiglia di mercanti: il padre si occupava della vendita di vestiti usati. Grazie alla madre ricevette un'educazione domestica che comprendeva non solo attività considerate prettamente femminili, come suonare il koto e realizzare composizioni floreali (ikebana), ma anche un tipo di istruzione che all'epoca era riservato agli uomini: le venne insegnato a leggere e ricopiare i testi Buddhisti, assistette a rappresentazioni teatrali, imparò il cinese classico. Contribuì alla sua istruzione anche il fatto di vivere a Kyoto, considerata il centro culturale dell’epoca. All’età di 10 anni partecipò e vinse una competizione accademica sul cinese classico. Questo, unito alla sua capacità di apprendere facilmente, le valse il titolo di bambina prodigio.

Informato dei suoi risultati, il principe imperiale Arisugawa Taruhito decise di assumerla come istitutrice dell'Imperatrice Shōken nel 1879. Fu la prima donna di classe media a ricevere questo incarico. Dopo due anni di lavoro presso la corte imperiale, Kishida si ritirò per problemi di salute. Probabilmente, però non è l'unica ragione: si ritiene, infatti, che Kishida abbia lasciato la corte per contrarre un matrimonio combinato, organizzato dal padre, che però non funzionò: la coppia divorziò quasi subito. Kishida riteneva la corte "una terra incantata, lontana dalla realtà", e attraverso le notizie che leggeva, avvertiva la disparità con coloro che vivevano al di fuori di essa e che a stento riuscivano a sopravvivere. Inoltre, la corte imperiale era per lei il simbolo del sistema del concubinato, e perciò un oltraggio alle donne.

Poco dopo il suo rientro a casa, intraprese un viaggio con la madre in varie zone del Giappone. Era insolito per l’epoca che due donne viaggiassero sole. Grazie a questo viaggio Kishida entrò in contatto con il Movimento per la libertà e i diritti del popolo. Decise di aderirvi e nell'aprile del 1882 tenne il suo primo discorso in pubblico ad Osaka.

L’incidente che la rese particolarmente nota fu il suo arresto nell'ottobre del 1883 a causa del discorso Hakoiri musume (箱入娘, letteralmente "figlia in scatola") tenutosi illegalmente, senza il permesso delle autorità. Le costò una decina giorni di prigione e una multa di cinque yen (un terzo del salario che riceveva come istitutrice imperiale). A seguito di questo arresto Kishida, anche se continuò a far parte del movimento, scelse di parteciparvi in forma meno diretta.

Dopo aver lasciato il movimento, la sua ambizione divenne quella di aprire una scuola. Nel 1886 aprì le porte di casa sua alle giovani donne per insegnare loro gli studi cinesi e calligrafia, e due anni dopo insegnò presso la scuola femminile Ferris a Yokohama, aperta dalle mogli dei missionari cristiani.

Nel 1884 si convertì al Cristianesimo e l'anno successivo sposò Nakajima Nobuyuki, uno dei leader del Movimento per la libertà e i diritti del popolo, adottandone il cognome. Nel 1890 Nobuyuki venne eletto nella Camera dei rappresentanti della Dieta e in seguito diventò ambasciatore. Nel 1893 Kishida si trasferì con il marito in Italia, ma dopo 9 mesi le sue condizioni di salute costrinsero la coppia a un rientro in Giappone. Nel 1896 Nobuyuki ricevette il titolo di danshaku (男爵, "barone"), e Kishida divenne una baronessa (男爵夫人 danshaku fujin, letteralmente "moglie del barone").

Kishida fu la prima ad ammalarsi di tubercolosi, ma sopravvisse al marito che morì a causa della stessa malattia nel 1899. Anche se molto gravi, le condizioni di salute di Kishida non le impedirono di continuare a scrivere fino alla morte, giunta il 24 maggio del 1901.



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