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150 Anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia   Nel 2016 saranno trascorsi centocinquanta anni da quando, nel 1866 (secondo anno dell'era Keiō), Giappone e Italia hanno dato avvio alle relazioni diplomatiche con la conclusione del Trattato di Amicizia e di Commercio. Da allora un costante flusso di persone tra i due Paesi ha permesso di costruire ottime relazioni...                  [continua]

Ricordi di Iwama

Atterrai per la prima volta in Giappone (ottobre 1999) assieme a 5 compagni e ad un maestro e amico, Alessandro Tittarelli che, grazie al suo credito presso Saito sensei, ci aveva “presentato” alla maniera giapponese ed introdotto nel dojo più famoso del mondo! Dopo due ore di pullman e un'ora di treno arrivammo alla stazione di Iwama (100 km a nord-est di Tokyo, vicino alla città di Mito). Con enorme emozione vidi l'Aiki Jinja, il tempio dell'Aikido, costruito da O-sensei negli anni '50. Intravidi tra gli alberi la sua casa, il "dojo"… tutte cose che avevo visto solo in alcune immagini di qualche libro! Adesso erano là, davanti a me, immerse nel verde della campagna giapponese, tra le risaie, i pini, gli “ume” ed i canneti di bambù! Su tutto si stagliava la sagoma della collina Atago con in cima il suo tempio e la famosa scalinata che "o sensei" percorreva ogni mattina per recarsi a pregare.

Fummo accolti da Morihiro Saito sensei, l'uomo che aveva dedicato la sua vita ad imparare prima ed a trasmettere poi, gli insegnamenti del Fondatore. Era vestito semplicemente, da contadino, ci guardò con i suoi occhi profondi e ci invitò, come d'usanza, ad un piccolo party di benvenuto nella sua casa. Con l'aiuto dell'interprete cominciai a... chiedere! Volevo sapere quale fosse stato l'insegnamento spirituale di O-sensei, come riusciva a controllare l'energia KI, cosa intendeva quando affermava: "Io sono l'Universo", come pregava quando era in meditazione al tempio.... Quel primo incontro mi deluse un po'.... Il maestro mi disse solo che a lui non interessavano queste cose, lui aveva sempre praticato per diventare forte, migliorando sempre di più la tecnica e.... questo insegnava! (Mi dimostrò poi come “il resto” viene da sé…)

Cominciai il mio internato. La vita dell'uchi deshi (allievo interno) era molto dura.... la sveglia era alle 6 del mattino (tutti gli orari variavano un po’ a seconda della stagione), si cominciava.... lavorando (pulizia di tutti gli ambienti, interni ed esterni), a turno si preparava da mangiare per gli altri poi, dalle 8 alle 9, la prima lezione di Aikido, all'aperto. Si studiavano le armi (jo e ken) praticandole con estrema decisione e concentrazione sotto lo sguardo severo ed attento di Saito sensei. Dalle 10 ancora a lavorare sui campi.... A seconda della stagione, si faceva quello che c'era bisogno di fare nel bosco, nell'orto o negli altri ambienti dove si viveva. Pausa pranzo, un po' di relax, ancora lavoro e, a sera, dalle 19 alle 20 la seconda lezione, nel dojo, di tai jutsu. Anche questa era un'ora molto intensa di allenamento, scandita esclusivamente dai "kiai" degli allievi e dai "dame!" (letteralmente: "non va bene!", "sbagliato!") del maestro. Alla fine la cena e, dopo le pulizie finali, tutti a dormire nel "futon", il tradizionale letto giapponese, sistemato sui tatami in paglia di riso del dojo. Mai nessuna difficoltà a prendere immediatamente sonno, nonostante i "russatori"!

Da questa prima esperienza giapponese, breve per la verità (solo due settimane), ho portato a casa una cosa fondamentale: la consapevolezza che la “differenza” tra il dojo di Iwama e i dojo che conoscevo stava semplicemente nell’intensità dell’allenamento! Nessuno spazio per le chiacchiere, solo pratica e senza sconti (la tecnica riesce se la fai correttamente). Bellissimo il rapporto con i senpai giapponesi, disponibilissimi ad aiutarti se ti confronti con loro in umiltà e senza presunzione o arroganza, temibili in caso contrario.

La volta successiva a Iwama (marzo-aprile 2011) è stata la più lunga (un mese e mezzo) e anche la più dura ma, nel contempo, appagante! Ero da solo in questa occasione ed è stata un’esperienza grandiosa! Si facevano 3, 4, a volte anche 5 allenamenti al giorno, grazie alla presenza degli studenti universitari giapponesi inviati lì settimanalmente per imparare l’Aikido da Saito sensei. Si sudava, nonostante la neve, dentro e fuori dal dojo e si condividevano momenti meravigliosi grazie a Saito sensei ed al figlio Hitohiro sensei (il “satura” party, il “keiko” a lume di candela, il “misogi” sotto la cascata gelida… ma questi episodi meritano un capitolo a sé).

Nella prima settimana ero frastornato dal fuso orario e dai “dame” che piovevano da ogni parte. La seconda settimana ho cominciato a “muovermi coerentemente”, cosa che nessuno si prende la briga di insegnarti, ma che apprendi da solo, a furia di “dame” e di intuizioni personali ed apprendimento per imitazione. La terza settimana mi… “arrabbiavo come una iena” perché dovevo fare io quello che altri, nelle mie stesse condizioni di 2 settimane prima, non avevano ancora capito che dovevano fare loro. La quarta settimana entrai nell’ordine di idee che ero là per me stesso ed agivo autonomamente in base a quello che c’era da fare, senza badare a quello che facevano o non facevano gli altri. Ma è dalla quinta settimana che ho cominciato veramente ad entrare in sintonia con l’ambiente e a “vivere” Iwama!
Entri in uno “status” nel quale sei in armonia con tutto quello che ti circonda e con tutti quelli che incontri, fuori e dentro dal dojo! Difficile spiegarsi meglio, bisogna provare, anche se ormai... i tempi sono cambiati, Saito sensei non c'è più e il vecchio Dojo è passato in gestione all'Aikikai...! Quando Saito sensei si accorse di questa mia “maturazione”… sorrise e mi invitò a condividere con lui sushi e birra! Era riuscito a farmi capire… l’Aikido!

davanti al kamiza del dojo di iwama.jpgmisogi a iwama.jpgstazione di iwama.jpgtanren-uchi davanti al dojo di iwama.jpg

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