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150 Anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia   Nel 2016 saranno trascorsi centocinquanta anni da quando, nel 1866 (secondo anno dell'era Keiō), Giappone e Italia hanno dato avvio alle relazioni diplomatiche con la conclusione del Trattato di Amicizia e di Commercio. Da allora un costante flusso di persone tra i due Paesi ha permesso di costruire ottime relazioni...                  [continua]

Iniziamo con questo scritto una serie di articoli, a cura di Giovanna Coen, sul  trattato di Amicizia tra Italia e Giappone del quale ricorre il centocinquantenario (1866-2016).

La storia del trattato

Il “Trattato di Amicizia tra l’Italia e il Giappone” reca la data del 25 agosto 1866 e fu firmato tra il plenipotenziario italiano Ammiraglio Vittorio Arminjon, Comandante della pirocorvetta Magenta e i plenipotenziari dello Shogun Tokugawa Iyemoto, Shibata Hiuga no kami e Asaina Kaino no kami, Governatori degli Affari Esteri.

 

Ammiraglio Vittorio Arminjon       Shogun Tokugawa Yoshinobu

Qui di seguito riportiamo i fatti salienti che precedettero la firma del trattato, come riportati dall’ammiraglio Vittorio Arminjon nel suo resoconto “Il Giappone e il viaggio della corvetta Magenta nel 1866”, che per l’edizione uscita nel 1869 si firma V.F. Arminjon, membro della Società Geografica Italiana, dato che la pirocorvetta Magenta era anche incaricata di svolgere studi e ricerche naturalistiche, studi che svolse durante tutto il suo viaggio intorno al mondo.

Così come dal resoconto fatto da Enrico Hillyer Giglioli, imbarcato sulla Magenta come allievo del senatore De Filippi, all’epoca direttore del Museo di Zoologia di Torino, nel suo libro “Relazione del viaggio attorno al Globo della pirocorvetta Magenta”, pubblicato a Milano nel 1876 e trascritto recentemente nel libro “Giappone perduto” edito da Luni Editrice.

Inizieremo il resoconto di quando il tricolore italiano per la prima volta sventolò sulla terra giapponese e, per contro, quando per la prima volta lo “Hinomaru” (bandiera giapponese) sventolò sul territorio italiano: la pirocorvetta Magenta.

 

11 LUGLIO 1866

“L’11 luglio, verso mezzogiorno, venne a bordo a far visita al plenipotenziario italiano il governatore di Kanagawa, Haya Kawa Noto-no-kami.

Egli si imbarcò allo scalo della Dogana, accompagnato da un seguito piuttosto numeroso di yakunin, fece il tragitto in una barca a quattro remi, che non si distingueva da quelle adoperate per la pesca se non per la bandiera nazionale che sventolava a prora e a poppa di essa. Lo si vedeva seduto su una stuoia nel mezzo della fune, ove è il posto d’onore, e non a poppa, come si usa da noi; egli e i suoi yakunin fumavano le loro pipe.

Due di questi salirono i primi sulla Magenta; essi annunziarono la venuta del loro capo. La guardia armata schierata sul lato sinistro in coperta rese gli onori militari al funzionario giapponese, il quale, ascendendo lentamente la scala reale, venne ricevuto sul ponte dello Stato Maggiore con due rulli di tamburo.

Haya Kawa, accompagnato dai suoi due segretari, uno dei quali faceva da interprete parlando abbastanza bene l’inglese, e all’inevitabile metsùki (specie di spia, il quale tacendo osservava tutto, e che era, e forse è tutt’ora, l’inseparabile compagno di ogni funzionario governativo in Giappone), entrò nella sala di ricevimento del nostro Comandante. Quei giapponesi, seguendo le norme di una severa etichetta, deposero vicino all’uscio la più lunga delle due sciabole che tutti portavano e, siccome sapevamo che è grave insulto per un samurai il toccare o esaminare la sua arma, esse furono poste sotto la custodia della sentinella.

Il governatore di Kanagawa apparteneva alla classe degli hatamoto: era un vecchiotto dalla fisionomia allegra e intelligente, e di una garbatezza squisita; egli vestiva la tenuta ufficiale, una veste di stoffa chiara con le armi della sua famiglia ricamate in bianco sui due lati e di dietro, e calzoni larghi di seta verde.

Sin dal giorno dopo il nostro ritorno da Agiro, il comandante Arminjon aveva mandato a fargli visita il primo luogotenente cav. P. Libetta, che era stato ricevuto molto gentilmente, e Haya Kawa, mantenendo la promessa fatta allora, era venuto a restituire la visita, allo scopo non solo di compiere un atto di deferenza verso il rappresentante del nuovo Paese che desiderava legare amicizia col suo, ma anche per raccogliere informazioni intorno al nostro viaggio, vedere il bastimento italiano, la sua artiglieria, e riferire su tutto al Governo di Yedo.

Il Comandante fece imbandire una colazione composta di dolci, frutta, vini e liquori. Quei Giapponesi assaggiarono e commentarono tutto; trovarono specialmente squisita la cioccolata di Torino, di cui eravamo abbondantemente provvisti e, seguendo un uso Giapponese, noi li pregammo di accettare e portarne con loro alcuni pacchi, onde farla gustare alle loro famiglie; accettarono con visibile piacere: “sarà un grato ricordo di voi” ci dissero.

Il Governatore e i suoi ufficiali visitarono poscia il bastimento mostrandosi molto soddisfatti di tutto. Al momento in cui stavano per accomiatarsi, il Comandante nostro fece dire a Haya Kawa che volentieri lo avrebbe salutato col cannone, secondo le consuetudini di Occidente; ma per fare ciò doveva essere sicuro che la salva sarebbe resa prima del tramonto. Noto-no-kami rispose assicurandolo che le batterie di Kanagawa risponderebbero dopo un’ora; egli non possedeva però una bandiera italiana, e ne domandò una ad imprestito.

Mentre la barca giapponese si scostava dal bordo, alzammo alla maestra il vessillo del Giappone, sparando una salva di tredici colpi: non era passata un’ora che un globo di fumo seguito da un’esplosione ci avvertì che i Giapponesi mantenevano la loro promessa: il vessillo tricolore sventolava sopra la batteria di Kanagawa, e venne salutato con quindici colpi.

Era la prima volta che la nostra bandiera si alzava sopra terra giapponese; questo fatto, e le cortesie della prima autorità del distretto, ci fecero concepire rosee speranze per il pronto e completo successo della nostra missione presso il governo di Yedo.”


In realtà le trattative non furono facili e scontate, anche perché la situazione interna del Giappone andava rapidamente mutando.
Continueremo quindi il racconto dei fatti principali nel corso dei prossimi giorni.

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