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150 Anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia   Nel 2016 saranno trascorsi centocinquanta anni da quando, nel 1866 (secondo anno dell'era Keiō), Giappone e Italia hanno dato avvio alle relazioni diplomatiche con la conclusione del Trattato di Amicizia e di Commercio. Da allora un costante flusso di persone tra i due Paesi ha permesso di costruire ottime relazioni...                  [continua]

Le trattative per il "Trattato di Amicizia"

Dell'annuncio dell'arrivo della delegazione italiana era stato incaricato il signor de Cachon, membro della delegazione francese, che era stato assegnato come aiuto e interprete della delegazione italiana dal Ministro di Francia in Giappone signor Leòn Roches, ministro con il quale il comandante Arminjon aveva avuto un colloquio appena arrivato in Giappone.

Leòn Roches

Queste le parole del comandante Arminjon:

"Il Go-rogiu rispondeva verbalmente che esso non poteva prendere veruna risoluzione a nostro riguardo prima di aver ricevuto gli ordini dal Taikun; però il paese aveva pochissimo desiderio di nuovi trattati, un partito influente si opponeva all'ammissione di nuovi forestieri e la nostra domanda sarebbe sicuramente respinta se non promettevamo di restringere le nostre esigenze nei limiti del trattato della Prussia. La quale proposizione equivaleva a contentarci dei vantaggi positivi che gli altri avevano effettivamente conseguiti, omettendo di parlare delle promesse fatte nel 1858 e nel 1862 a riguardo di Hiogo, Ozaka, Yedo e Niigata.

Ci assicuravano però i diritti della nazione più favorita, di modo che gl'Italiani sarebbero stati ammessi anche nei tre porti sovraccennati, tostoché questi porti fossero aperti al commercio di ogni altra potenza.
A quella condizione soltanto il Go-rogiu acconsentiva di ricevere le comunicazioni del governo italiano.

Nessuno poteva porre in dubbio che i disordini avvenuti in Giappone negli ultimi anni, sebbene in conseguenza di uno stato civile in dissoluzione, non fossero stati tuttavia determinati dall'influenza estera.
Fino a un certo segno si poteva intendere la ripugnanza dei Giapponesi a conchiudere nuovi accordi coi forestieri.

Quale mezzo avevamo noi per vincere la resistenza passiva dei Giapponesi? Forse l'appoggio unanime del corpo diplomatico?
Ma era desiderio della Francia di non accrescere in quel momento i disturbi del governo del Taikun, per la incertezza di chi potesse succedere al medesimo ove fosse rovesciato dalla reazione.
L'Inghilterra poi propendeva per un cambiamento di politica a riguardo del Go-rogiu: sir Harry Parkes aveva stimato bene di recarsi nelle province di mezzogiorno per esplorare le intenzioni dei daimio e formarsi un criterio esatto della situazione. L'assenza di quel ministro poteva durare venti o trenta giorni, e durante quel tempo non era dato fare alcun assegnamento sopra la di lui personale assistenza.

Sir Harry Smith Parkes

I rappresentanti dell'Olanda e dell'America conservavano una prudente riservatezza in mezzo a quei dissesti; il signor Portman s'era limitato a dirmi che i membri del Go-rogiu gli avevano dichiarato esser poco propensi ad accogliere le nostre domande. Infine il signor August T'Kint de Rodenbeck (inviato belga) non aveva potuto arrivare a definitivo accordo coi Commissari giapponesi.

Se non volevamo prolungare inutilmente il nostro soggiorno in Giappone, nell'incertezza del futuro e di condizioni migliori, bisognava accettare in massima la proposta del Go-rogiu.
Di fronte alle voci di guerra, era urgente assicurare i diritti politici dei nostri connazionali a Yokohama.

Del rimanente, la riserva domandata dal Go-rogiu includeva per noi piuttosto una questione di forma che di sostanza.
L'Italia non avrebbe ottenuto il diritto di pretendere l'apertura di Hiogo e di Ozaka al 1° gennaio 1868, ove questa apertura non si effettuasse per gli altri, né avrebbe avuto motivo di unirsi alle quattro Potenze dei trattati del 1858 (Stati Uniti, Olanda, Inghilterra e Francia), per imporre la esecuzione di quella clausola, ma aveva la promessa di profittare subito di detta largizione appena fosse concessa.

Acconsentii dunque senza molto esitare, però non volli assumere in iscritto un impegno il quale sarebbe stato pregiudizievole l'avvenire, ove le nostre trattative avessero fallito pel momento.
Nella mia risposta mi limitai ad affermare che le difficoltà presentate dal Go-rogiu al signor de Cachon mi parevano di tale natura da essere appianate con soddisfazione dai ministri del Taikun, e intanto annunziai l'arrivo della Magenta sulla rada di Yedo pel 14 luglio.

Concludeva col dire ch'io non dubitava punto che le Loro Eccellenze fossero penetrate dalla necessità in cui si trovavano i numerosi Italiani residenti in Giappone di essere posti al più presto in pari condizioni degli altri esteri.
La mia lettera, brevissima, scritta in lingua italiana con una versione in francese, fu dal signor M. de Cachon tradotta in giapponese e mandata a Yedo l'indomani (12 luglio)."

Il 16 luglio, dopo due giorni di permanenza nella baia di Yedo un membro del Go-rogiu venne a far visita al Plenipotenziario italiano a bordo della Magenta: si trattava di Yezulè Kagano-kami, governatore degli Affari Esteri, inviato dal Go-rogiu.
Yezulè riferì che il Go-rogiu aveva ricevuto la lettera del Plenipotenziario italiano e che tali documenti erano stati discussi e stavano per essere mandati a Ozaka, ove si trovava lo Shogun. Faceva però notare, per mezzo del suo messo Yezulè, che l'opinione pubblica (o meglio di alcuni potentissimi daimio) non era per niente favorevole agli europei, e che esso Go-rogiu non poteva pronunciarsi in alcun senso a proposito delle trattative, senza che prima giungessero le istruzioni dello Shogun, istruzioni che avrebbero necessitato di parecchio tempo.

Mappa della baia di Yedo (attuale Tokyo) del 1879

Il nostro Plenipotenziario ricordò però che nel 1858 i trattati inglese e francese furono chiusi dal Go-rogiu, mentre lo Shogun era morto, e il primo lo fu in quindici giorni, malgrado il fatto luttuoso, ciò provava che, all'occorrenza, anche in Giappone si sapeva far presto.
Yezulè rispose che sino ad allora i trattati conclusi erano stati molto più convenienti agli Europei che non ai Giapponesi, e questo spiegava la reticenza a stipularne di nuovi.

Mappa della città di Yedo (attuale Tokyo) del 1844-'48

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