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In molte competizioni di Judo, alle quali assistiamo, possiamo cogliere tensioni, paure, astio, desiderio di rivalsa e di sopraffazione, preoccupazione fobica di non deludere le aspettative di allenatori, genitori, amici. Sete di vittoria ad ogni costo, giustificazioni assurde in caso di sconfitta, arroganza nei confronti di arbitri, avversari, spettatori, e tutto ciò da parte di atleti, tecnici e pubblico.

E' questo il judo? Sono sicuro di no, anche se le apparenze ingannano, perciò penso valga la pena di condividere, attraverso questo articolo,  alcune impressioni.

Leggendo gli scritti del professor Jigoro Kano, promotore del Judo, si trovano spesso moniti a ritornare sulla retta via risalenti addirittura al 1916 (il Kodokan Judo era appena maggiorenne) a significare che gli intenti e le aspettative del Fondatore di promuovere un metodo educativo e formativo utilizzando l'Arte Gentile stavano già in quell'epoca cedendo il passo alle debolezze umane che si manifestavano con la citata sete di vittoria ad ogni costo, anche a danno altrui, e nel culto dell'ego e dell'appartenenza.

Cos'è dunque il Judo, quello con la "J" maiuscola? Sicuramente è una ricerca. La ricerca di se stessi, l'armonizzazione del proprio corpo, mente e spirito, intesi come un'entità unica.

Ma come arrivarci? Come riuscire a capire e soprattutto come "essere", come attivare quel modus vivendi che porti a questa riunificazione? Praticare il Judo con passione è un buon inizio, basta non trascendere dallo scopo dell'arte.

Ricordo un sedicente maestro che affermava “il judo è uno sport olimpico e basta”... Penso che costui non abbia compreso appieno il significato e gli intenti della disciplina che pretende di insegnare. Il Judo è un metodo educativo, non solo uno sport.

Secondo me la cosa importante è allenarsi, confrontarsi con gli altri, partecipare alle gare con un atteggiamento positivo; metabolizzare il fatto che si fa Judo dapprima per "sapere" (conoscere l'Arte) e "saper fare" (anche vincendo una medaglia, magari olimpica, perché no, o migliorando nei kata) e poi per "saper essere", che è l'obiettivo principale, il fine ultimo che porta a quello che la cultura indiana definisce satori (illuminazione).

Il Judo non è il solo mezzo per arrivare a questo status, ce ne sono per tutti i gusti e uno più originale ed impensato dell'altro, ma è quello che, vista la nostra libera scelta, ci piace di più. Quello che, per noi judoka, risponde meglio al nostro gusto etico ed estetico, alle nostre capacità, alle nostre aspirazioni.

Voglio concludere con la mia personale interpretazione di "ippon", il termine per indicare la tecnica perfetta, spettacolare, gratificante.

Per me "ippon" è la risoluzione di un problema. Vi è mai capitato di cimentarvi con uno schema di parole crociate particolarmente difficile ed impegnativo e, dopo giorni passati a spremervi le meningi, consultare enciclopedie ed altri testi, sperimentando soluzioni e possibilità, riuscire finalmente a completare il gioco in modo giusto? Bene, avete realizzato il vostro… ippon!

Vi siete confrontati con voi stessi, avete messo in discussione le vostre capacità, la vostra intelligenza, la vostra cultura, avete integrato le vostre conoscenze e scavato a fondo nella vostra logica e razionalità senza peraltro tralasciare l'inventiva e la fantasia, avete sacrificato il vostro tempo e la vostra energia e alla fine avete raccolto il frutto dei vostri sforzi.

Sicuramente avrete avuto una crescita sotto tutti i punti di vista, vi sarete sentiti gratificati, più sicuri, in armonia con tutto e tutti, almeno per un po'.

C'è qualcosa di diverso in un ippon del Judo? Riuscire a concretizzare in un solo combattimento di pochi minuti tutto il lavoro svolto nei faticosi allenamenti, confrontarsi con tutte le difficoltà rappresentate dall'avversario, non ci lascia dentro qualcosa di positivo, di gioioso, anche se non siamo riusciti a concludere, ma abbiamo tentato, lealmente e coraggiosamente, con tutti noi stessi, al di là del risultato finale?

Una considerazione particolare riguarda il nostro avversario: è un amico. Sempre e comunque, perché ci sta aiutando a maturare nella tecnica e nello spirito, un amico con cui confrontarsi e non un nemico contro cui battersi aspettandosi esclusivamente la nostra vittoria ed un suo annichilimento, una sua umiliazione.

Abituiamoci quindi, in gara come in allenamento, a ricercare l'ippon e non un semplice vantaggio per potersi aggiudicare l'incontro. Trasportiamo poi lo stesso atteggiamento nella vita quotidiana e ci scopriremo più preparati ad affrontarla, più disponibili con noi stessi e con gli altri, più sereni e più uniti all'Energia Universale: la “forza” che muove tutte le cose create!

Takamori sensei

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