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Interpretazione del “KI” applicato alle tecniche di immobilizzazione (osae-waza)

Da un articolo di Cesare Barioli, pubblicato sulla rivista “Arti d’Oriente” (anno I, n.2)

C‘è un’energia a disposizione di tutti gli esseri viventi, che pochi conoscono. In Giappone prende il nome di “KI”. Senz’altro è attinente al prana indiano e al ch’i cinese, ma se ne differenzia perché la visione dell’India è cosmica e universale; quella della Cina rivolta soprattutto a ricercare la salute del corpo. Nell’Arcipelago, nonostante la profonda influenza continentale, è stata considerata soprattutto nella sua applicazione al fare. Come dire che gli indiani ne hanno ricavato filosofia, i cinesi applicazione medica, mentre i giapponesi l’hanno usata soprattutto per “menare” (come generalizzazione ha delle eccezioni).

Questa energia era probabilmente comunemente usata durante il periodo animale dell’essere umano, quando i pericoli di vita erano quotidiani; poi la civiltà l’ha sepolta sotto la ragione. Essa giace dimenticata e solo talora emerge incontrollata quando forze primeve prendono il sopravvento.

Il guerriero ha conservato conoscenza del KI, ne ha fatto cultura e l’ha trasmessa a varie arti e discipline, scoprendo nelle ere di pace che esso interviene nell’attività quotidiana e conferisce carisma. La danza, il teatro, la calligrafia si sono affermati in Giappone attraverso maestri di KI, altrettanto che il Budo. Oggi questa energia è riconosciuta anche in Occidente nella pratica sportiva di alto livello ed è richiesta dal mondo manageriale per risolvere problemi aziendali e per prendere decisioni.

Ma sarebbe sbagliato legare l’esperienza del KI allo spirito di sopravvivenza o alla concentrazione per stabilire un record. Esso interviene spontaneamente, come energia di riserva del corpo, in qualsiasi momento drammatico, fosse pure sentimentale o di ispirazione artistica. Disporre del KI a piacimento è un complemento della personalità umana.

Nel Judo la proposta del KI avviene attraverso la pratica del combattimento, e condurre un giovane a sperimentarla è un risultato dell’educazione. Quando viene a mancare la trasmissione dall’esperto al novizio (che è il fondamento dell’educazione stessa), l’esperienza del KI può facilmente essere interpretata come legata al pericolo e alla violenza, costituendo così uno stato da ricercare attraverso esperienze negative.

Negli studi di Jigoro Kano, trasmessi attraverso i kata canonici del Judo-Kodokan, l’esperienza del KI deriva dalla prima scuola di Ju-jitsu che il Maestro ha praticato (Tenshin-shin’yo).
Nello specifico, la prima serie del katame no kata, dedicata allo studio degli osae waza (letteralmente “tecnica di controllo”), offre una panoramica molto precisa dell’applicazione del KI, secondo la teoria di una scuola feudale.

Questa serie di tecniche offre, attraverso una precisa disciplina del respiro e del grido, che nasce dalla contrazione del diaframma, l’esperienza di una struttura energetica formata come un sistema solare, con un centro (yin, statico, forte) che cattura l’energia dell’Universo e funge momentaneamente da serbatoio dal quale scaturisce l’energia controllata secondo orbite precise (che rappresentano lo yang, attivo e adattabile).

Uno dei segreti del KI risiede nella posizione. Essa è l’atteggiamento che permette la libera circolazione dell’energia del corpo, perché il KI non scorre negli arti rigidi, contratti muscolarmente, o in un arto marcatamente flesso.

Le prime cinque tecniche del katame no kata sono immobilizzazioni che spostano il centro del KI in varie zone del corpo, da cui vengono inviati i flussi richiesti dall’azione. Significa che quando l’avversario giace passivo vi è solo la tensione rilassata dell’energia potenziale in quello che è il centro peculiare di ogni forma, e quando l’altro tenta una reazione viene inviato un flusso nel braccio o nella gamba, nel collo o nel corpo, a prevenirla o contrastarla.

Nella prima immobilizzazione (kuzure kesa gatame) il centro è posto sotto l’ascella sinistra, rendendo statico e forte il braccio e il costato. Il flusso è inviato secondo la necessità nel braccio destro, o nel corpo, o nelle gambe.

Nella seconda (kata gatame) il centro è nella spalla destra, il cui braccio è fermo. Il flusso agisce nel corpo e nelle gambe.

Nella terza (kami shiho gatame) il centro è situato sull’asse del corpo nella zona subclavicolare, mentre il flusso è indirizzato alle gambe, al collo e al corpo.

Nella quarta (yoko shiho gatame) il centro è nel braccio sinistro.

Nella quinta (kuzure kami shiho gatame) in quello destro.

Si riconosce il centro del KI perché ogni immobilizzazione presenta una zona del corpo che non può variare, sotto pena di perdere il controllo o di essere costretti a modificare la tecnica, mentre, sotto l’effetto dei flussi del KI tutto il resto del corpo si adatta alle circostanze.

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