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La parola Kata significa forma, principio.
E’ una parola che più di altre contraddistingue la cultura giapponese, tanto che è impossibile trovare un’area nel modo di pensare o del comportamento che non venga influenzata da uno o più Kata.

Sotto uno stretto profilo etimologico, il concetto di Kata definisce una serie di movimenti o azioni preordinate e codificate.
Tali gestualità rappresentano ed evidenziano dei princìpi.
In realtà i kata rappresentano molto di più e limitarsi a questa definizione li trasformerebbe a semplici esercizi tecnico/fisici. Sarebbe come fermarsi alla superficie, senza cercare di scoprirne il significato intrinseco.
La creazione infatti non è altro che il superamento di un saper-fare pienamente padroneggiato. Il dominio della forma apre la strada all’acquisizione della sostanza .

Vorrei proporre alcuni brani del libro Il crisantemo e la spada di Ruth Benedict, che, a mio avviso, ne dà una lettura storico/sociale molto interessante  e illuminante.

Oltre, e al di sopra, delle forme di autodisciplina tendenti a dare a chi le pratica la capacità di comportarsi correttamente in questa o quella circostanza, esistono le forme di autodisciplina che danno la saggezza…..
…Nella lingua giapponese esistono moltissime parole per designare lo stato mentale che si ritiene possa venir raggiunto da chi è esperto in queste forme di autodisciplina: alcune di queste parole sono usate per gli attori, altre per i seguaci di un credo religioso, altre per gli schermitori, altre per gli oratori pubblici, altre ancora per i pittori ed altre infine per i maestri della cerimonia del tè. Tutti questi vocaboli hanno lo stesso significato generale, e quindi mi limiterò qui ad adoperare la parola muga, che è il termine in uso presso coloro che praticano il Buddismo Zen, un culto molto diffuso specialmente fra i ceti più elevati della popolazione.
Per descrivere lo stato di conoscenza indicato con il termine muga, si dice che esso è caratteristico di quelle esperienze, sia mondane che religiose, durante le quali “non vi è la minima frattura, non vi è lo spessore di un capello”, fra la volontà di un individuo e la sua azione. Potrebbe dirsi che una scarica elettrica passa direttamente dal polo positivo al polo negativo, mentre per chi non ha raggiunto la conoscenza, esiste una sorta di schermo isolante che si frappone tra la volontà e l’azione.
I Giapponesi chiamano questo schermo “l’io che osserva - l’io che interferisce” e solo quando esso è stato rimosso, mediante un allenamento condotto secondo speciali tecniche (i kata appunto ndr), l’individuo, divenuto esperto, potrà perdere quel senso di consapevolezza che normalmente accompagna le sue azioni: allora il circuito sarà libero, l’azione si attuerà senza sforzo, dirigendosi univocamente e infallibilmente a realizzare il suo scopo, e risulterà un’azione fedele e completa dell’immagine che colui che agisce si era mentalmente prefigurata.
In Giappone anche le persone più comuni cercano di acquisire questo tipo di conoscenza o saggezza.

Ruth Benedict indica quindi come queste tecniche di autodisciplina traggono le loro origini dalle pratiche yoga, ma, una volta adottate ne sono state profondamente trasformate.

I Giapponesi, dunque, fanno piazza pulita dei presupposti su cui si fondano in India le pratiche Yoga: con un vitale amore per il finito, che ricorda quello degli antichi Greci, il Giappone intende le tecniche dello Yoga come un mezzo per auto addestrarsi alla perfezione, come uno strumento mediante il quale l’uomo può acquisire quella conoscenza per cui “non vi è lo spessore di un capello” tra la volontà e l’azione, come un addestramento all’efficienza, alla fiducia in se stessi. I frutti si raccolgono nel presente, in questa vita, dato che il risultato cui si aspira è quello di porre l’uomo in grado di affrontare ogni situazione con l’esatta quantità di energia necessaria, né troppa né troppo poca, offrendogli al tempo stesso la possibilità di controllare la propria mente, altrimenti indocile, fino al punto che né i pericoli fisici dall’esterno, né le passioni dall’interno, possano riuscire a disturbarlo.
Un addestramento psichico di questo genere può ovviamente essere prezioso tanto per un guerriero quanto per un sacerdote e, in effetti, furono proprio i guerrieri giapponesi, i primi a far proprio il culto Zen…..
…..Lo scopo cui mirava il tradizionale addestramento che i maestri Zen imponevano ai novizi, consisteva appunto nel far loro conoscere il modo con cui giungere al sapere. Le tecniche usate potevano essere fisiche o psichiche, ma la validità dell’addestramento doveva alla fine trovare sempre la sua riprova nell’intima coscienza del discente. Un buon esempio di ciò ci è fornito dall’addestramento che lo Zen prevede per gli schermitori. Lo schermitore deve naturalmente imparare, e poi costantemente praticare, i giusti colpi di spada; questo però ha riferimento al campo della vera acquisizione di capacità e pertanto, oltre a ciò, lo schermitore deve anche imparare ad essere muga. In un primo tempo gli si impone di star ritto, a livello del suolo, concentrandosi sui pochi pollici di superficie che sorreggono il suo corpo; in seguito questa piccola superficie d’appoggio viene gradualmente sollevata, finché lo schermitore impara a star ritto su una colonna alta quattro piedi con la stessa facilità con cui starebbe ritto in mezzo ad un cortile: quando sa stare perfettamente in equilibrio sulla colonna, allora lo schermitore “sa”, la mente non potrà più tradirlo, dandogli un senso di vertigine o facendogli temere di cadere……

Non vorrei fare alcun commento perché le parole di Ruth Benedict mi sembrano dense di significato, lasciatemi però aggiungere qualche riflessione.
Ogni movimento e tecnica dell’Aikido è, di per sé, un kata, in particolar modo se vissuto nella  pienezza del suo significato.
Perché sia tale bisogna viverlo, non solo con la consapevolezza di ciò che si sta facendo, ma anche con la ricerca del rigore della precisione.
Non a caso infatti le arti giapponesi, da quelle marziali (aiki-do, jai-do, ecc.) a quelle estetico/culturali (sho-do, cha-do, ecc.) vengono definite come do, via, ricerca, appunto.
Questa tensione verso la precisione dovrebbe far riflettere, soprattutto oggi che la ricerca di un risultato immediato, anche se approssimativo, è spesso anteposta e privilegiata rispetto ad un risultato migliore e compiuto, ma che necessita certamente di maggior ricerca ed impegno.
I risultati negativi di tale  modo di vivere sono peraltro sotto gli occhi di tutti, oltre che da un punto di vista sociale, anche da un punto di vista personale: il vivere in modo approssimativo non lascia spazio al piacere di un vissuto consapevole, il piacere di una cosa fatta bene.
Concludo con una frase di Lao Tze:
Un gesto non è giusto perché è efficace, ma è efficace perché è giusto.

TOMOE

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